Infanzia negata: innocenti dietro le sbarre

Nella sezione nido del carcere romano di Rebibbia, una mamma ha gettato i suoi due figli dalle scale causandone la morte di uno dei due, un neonato di appena quattro mesi. Il fratellino, di due anni, è ricoverato in gravi condizioni. Notizia di qualche anno fa, a Messina, all’interno del carcere Gazzi, il figlio di una detenuta, ha ingerito del veleno per topi. Aveva un anno e fortunatamente è riuscito a salvarsi grazie all’intervento tempestivo dei medici.

Vicende come queste scuotono gli animi di tutti noi e focalizzano l’attenzione sul problema delle detenute madri e sull’inadeguatezza di molte strutture di reclusione italiane destinate ad accogliere donne con figli in tenera età.

Secondo gli ultimi dati della sezione statistica del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), aggiornati al 31 agosto 2018, sono presenti nelle carceri italiane 52 madri con 62 bambini.

Le donne rappresentano una percentuale molto bassa della popolazione carceraria. In Italia, le donne in carcere costituiscono appena il 4%. Paradossalmente questo fa si che siano pochissimi gli istituti detentivi squisitamente femminili, per lo più , le donne sono ospitate in piccole sezioni sparse delle carceri maschili.

In caso di detenute madri, fin dal 1975 l’ordinamento italiano prevede che “per evitare di privare i piccoli della madre in una fase fondamentale per il loro sviluppo e allo stesso tempo per impedire che crescano dietro le sbarre”. Sono nati così i reparti nido. Quello più popolato è proprio quello di Rebibbia. Altri reparti sono allestiti nelle sezioni femminili dei penitenziari di Trani, Pozzuoli ed Empoli.

Grazie alla legge n. 62 del 21 aprile 2011Disposizioni a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, sono stati introdotti nuovi istituti volti a favorire il rapporto tra madre e figlio minore, attraverso gli Istituti a Custodia Attenuata per detenute Madri (Icam) . Attualmente, però, sono solo cinque gli Icam (Milano San Vittore, Venezia Giudecca, Torino Lorusso e Cutugno, Avellino Lauro e Cagliari) che possono ospitare mamme con bambini fino a sei anni, in un ambiente che richiama quello familiare.

Per quanto possano essere strutture create per ridurre i traumi dei più piccoli– commenta il presidente Asa Onlus, dott.ssa Maria Virgillito –  sono una risposta residuale a quella che oramai pare una vera e propria emergenza”.

Una risposta congrua arriva con la previsione delle Case famiglia protette. Una reale alternativa al carcere per donne senza dimora o altro domicilio, dove le madri possono scontare la loro pena portando con sé i figli fino a 10 anni. Qui la madre detenuta, se non c’è rischio di reiterazione del reato, può scontare parte della pena in un luogo che, a differenza del carcere e degli Icam, non presenta dinamiche di ordinamento penitenziario. Niente sbarre, niente cancelli, la madre può accompagnare il proprio figlio a scuola. Si tratta quindi di strutture inserite nel tessuto urbano dove i bambini possono vivere la propria quotidianità nel modo più normale possibile, grazie anche alla presenza di spazi e luoghi per giocare, come delle vere e proprie abitazioni.

I bambini hanno il diritto di vivere in un ambiente sano, a giocare in giardino, ovvero in un luogo consono alla propria crescita sia fisica, sia psicologica– continua il presidente Asa Onlus –  pertanto sostengo fermamente che l’unica soluzione sia quella delle Casa famiglia protette. Collocate in località dove è possibile l’accesso ai servizi territoriali, socio-sanitari ed ospedalieri, a sostegno sia del minore sia dei genitori, rappresentano l’unica risposta possibile, plausibile e necessaria”.

A differenza degli Icam, la Case protette però non dipendono dal DAP, ma devono essere gestite da Regioni e Comuni. I costi, ingenti, non sono adeguatamente supportati dagli Enti locali. Le disposizioni normative al riguardo restano, pressoché lettera morta.

Mi auguro che eventi drammatici come quelli che si sono verificati – commenta la dott.ssa Maria Virgillito – possano far focalizzare maggiormente l’attenzione sul minore e sull’assoluta necessità di incentivare degli adeguati supporti psicologici, dei programmi di sostegno sia per i bambini, sia per le madri, così da poter evitare che si verifichino episodi come quelli che leggiamo nelle pagine dei quotidiani oggiOccorrerebbero investimenti ingenti per creare delle Case famiglia protette, dei luoghi di recupero e riabilitazione per le madri e sicuri per i loro figli. In Sicilia, così come nel resto  d’Italia sono ad oggi delle strutture fantasma”.

Purtroppo – conclude il presidente Asa Onlus – molto spesso, ci si dimentica che se una madre ha il diritto di crescere il proprio figlio, è anche vero che un figlio ha il diritto di vivere la propria infanzia senza alcuna negazione di libertà”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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