La narrazione della genitorialità

Durante una lezione universitaria, chiesi un giorno ai miei studenti di primo anno quanto fosse grande in loro in desiderio di diventare genitori: in una scala da uno a venti in quale punto avrebbero collocato la loro voglia di genitorialità? Ebbene, la voglia di genitorialità era al 22esimo punto, ovvero ci sono prima 21 step che ogni ragazzo immagina prima di ipotizzare una maternità o paternità.

Per i giovani, ad oggi, sono altri gli obiettivi che mettono ai primi posti, tra cui il percorso di studi, la ricerca di un lavoro e tutto ciò che possa soddisfare un bisogno personale. La scelta della maternità e della paternità è una scelta che nasce e si sviluppa in contesti di riferimento: io penso di diventare papà avendo come modello il mio papà o quello degli altri: quante volte abbiamo sentito dire “io invidio il mio compagno perché ha un papà migliore del mio”? Ovviamente ogni ragazzino vede il mondo a livello micro e queste sono realtà che tutti noi genitori abbiamo vissuto: siamo sempre dei genitori imperfetti agli occhi dei nostri figli, rispetto ai genitori perfetti della porta accanto.

Quando si decide di intraprendere un progetto adottivo non c’è alcun modello di riferimento, ovvero andiamo incontro ad un percorso privo di modelli: si tratta di un lungo percorso di cambiamento e di grande trasformazione individuale. Non che lo psicologo, lo psicoterapeuta abbiano elementi particolari in loro possesso per supportare in questo percorso: sono dei professionisti che fanno sì che l’individuo gerarchizzi i propri problemi, mettendo ordine nelle proprie problematiche.

Mettere ordine significa narrare la propria vita: la narrazione diventa così terapeutica. Questo percorso di narrazione consiste nel mettere una sequenza di emozioni nei fatti, perché il fatto di per sé non esiste se non nelle emozioni che si vivono. Non esiste la semplicità, non esiste la fotografia neutra: noi vediamo quello che le emozioni ci permettono di vedere e le incameriamo così come è giusto che sia.

Delle volte il percorso che porta all’adozione diventa meccanicistico, suddiviso in tappe che vengono date per scontate. Niente di più sbagliato. Vi è una componente fortemente personale nell’adozione: c’è un minore che cerca una famiglia, ma c’è anche, da prendere in considerazione, un bisogno personale dei due adulti. L’adozione stravolge il proprio progetto di vita, nella quale non possono esserci assolutamente vincoli o step predefiniti. Sono convinto che sia molto difficile diventare genitori, ancora più complicato è diventare genitori adottivi. Affrontare, ad esempio, la crescita di un giovane che conquista la sua autonomia cognitiva già a cinque, sei anni con l’uso del telefonino è molto complicato. Bisogna, da genitori che decidono di intraprendere un percorso adottivo, impegnare tante forze ed energie, cercare di realizzare un progetto stabile e forte: le contraddizioni che caratterizzano qualunque vita di un adolescente vengono enfatizzate quando non c’è un legame biologico con il genitore.

Bisogna dunque creare delle strategie condivise, ed il Consiglio Nazionale degli Psicologi si è reso totalmente disponibile con la Commissione per le Adozioni Internazionali al fine di realizzare una piena collaborazione. Occorrerebbe mettere in pratica un’omologazione delle prestazioni, una formazione degli operatori a livello nazionale: solo così gli operatori avranno un linguaggio, delle modalità e strategie condivisibili su rete nazionale. Ad oggi c’è un problema, poiché la fase valutativa della coppia genitoriale è affrontata esclusivamente nel contesto sanitario, tuttavia valutare non significa diagnosticare, siamo davanti a due posizioni totalmente diverse. Ecco, proprio su questo bisogna riflettere in futuro in modo da prevedere una rete di psicoterapeuti adeguatamente informati.

Intraprendere un percorso adottivo, ma soprattutto scegliere di diventare genitori, è sicuramente una grande scommessa. Non è possibile definire a priori i comportamenti da adottare, non esistono regole “predefinite” da rispettare e non c’è una teoria. Occorre, invece, essere predisposti a stravolgere le proprie abitudini e anche a mettersi in gioco, sbagliando delle volte. La genitorialità si acquisisce, giorno dopo giorno senza alcuna tappa prefissata: è proprio in questa naturalezza e spontaneità che risiede l’essenza dell’essere, l’essenza del diventare “madre” e “padre”.

 

Fulvio Giardina

Presidente Consiglio Nazionale Ordine Psicologi

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